{"id":187,"date":"2015-04-14T16:29:42","date_gmt":"2015-04-14T16:29:42","guid":{"rendered":"http:\/\/reggioblog.it\/?p=187"},"modified":"2021-03-12T16:31:09","modified_gmt":"2021-03-12T16:31:09","slug":"centenario-della-guerra-15-18-citta-e-campagna-di-fronte-alla-grande-guerra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/reggioblog.it\/index.php\/2015\/04\/14\/centenario-della-guerra-15-18-citta-e-campagna-di-fronte-alla-grande-guerra\/","title":{"rendered":"Centenario della guerra 15\/18, Citt\u00e0 e Campagna di fronte alla Grande Guerra"},"content":{"rendered":"\n<p>La grande guerra inquadra a milioni i rurali: tuttavia la loro partecipazione \u00e8 nel complesso passiva. Sono stati rimorchiati, ancora una volta, dalla citt\u00e0 \u201cBenito Mussolini &#8211; 1922\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>La frase di Benito Mussolini sintetizza uno dei maggiori dati sociali e politici della Prima Guerra Mondiale in Italia, ma \u00e8 suscettibile di ulteriore osservazione, se non di contestazione. Se consideriamo la partecipazione italiana al primo Conflitto Mondiale come l\u2019ultimo episodio bellico della Rivoluzione Nazionale, altrimenti definita Risorgimento, non sarebbe dovuto passare inosservata la clamorosa novit\u00e0 della partecipazione contadina ad una guerra ancora indirizzata al completamento del progetto di Unit\u00e0 d\u2019Italia. Da questo punto di vista, nella citata frase di Mussolini, dovrebbe essere contestata l\u2019affermazione \u201cancora una volta\u201d, perch\u00e9 fa ritenere che anche in precedenza il mondo rurale avesse in qualche modo partecipato alla Rivoluzione Italiana, rimorchiato dalla citt\u00e0. E\u2019 dato storico incontrovertibile, &#8211; salvo non voler trasformare in storia accaduta, mitologie di potere che vorrebbero piccole avanguardie politiche valutate come \u201cil popolo italiano\u201d &#8211; che il mondo rurale \u00e8 quantomeno rimasto estraneo al Risorgimento. Quantomeno, perch\u00e9 il termine corretto \u00e8 avversario. Il contemporaneo criterio generale di valutazione degli eventi, oggi dominato dal concetto di democrazia, individua nella partecipazione della maggioranza della popolazione, nel suo orientamento e nel suo consenso, la causa, difficilmente superabile, di formazione dei fenomeni sociali e politici. Ne consegue che le precedenti osservazioni sull\u2019atteggiamento del mondo rurale a fronte della prima Guerra Mondiale deve essere giudicato rilevante. Quando ci si pone la domanda relativa il rapporto della campagna, del mondo rurale rispetto alla prima Guerra Mondiale, si deve volgere lo sguardo ad oltre il 90% del territorio nazionale, ed ad una popolazione rurale ancora prevalente rispetto alla borghesia cittadina ed al proletariato industriale del tempo. La questione non \u00e8 solo importante e complessa, ma si deve aggiungere, anche scomoda. \u201cAl sopraggiungere del grande dramma europeo, i rurali sono indubbiamente meglio organizzati e sufficientemente amalgamati nella nazione; sono in pieno progresso economico e in pieno fermento di rinnovazione sociale; ma costituiscono ancora una ben debole forza politica.\u201d Se ancora nel 1915 il popolo contadino italiano era a rimorchio della citt\u00e0, cio\u00e8 della borghesia risorgimentale, e privo di autonoma espressione politica, vuol dire che nel primo decennio del \u2018900 non si era ancora risolta la frattura sociale, economica, addirittura spirituale, iniziata con le riforme illuministe degli ultimi decenni del \u2018700. * Questo aspetto risulta debolmente illustrato dalla storiografia italiana, che in gran parte preferisce la scorciatoia di accettare come dato storico il mito politico risorgimentale, che legge la storia attraverso le sole minoritarie avanguardie politiche. Il problema viene poi ripreso successivamente solo in funzione di storiografia antifascista, che, secondo una lettura \u2013 anche interessante &#8211; vede certo antifascismo rurale legato all\u2019originario conflitto citt\u00e0-campagna. Un punto di vista pi\u00f9 ampio ed importante interviene quando ci si chiede \u201cse le lotte del dopoguerra non rappresentino l\u2019ultima tappa di quella rottura del vecchio ordine nelle campagne europee\u201d . In effetti, tale \u00e8 stato il conflitto citt\u00e0\/campagna in Italia: inizia prima del 1789 francese, ma \u00e8 gi\u00e0 ribellione aperta nel 1796, e tale rimane attraverso il triennio giacobino. La campagna sfida Napoleone e sente la Restaurazione come una liberazione dai repubblichini giacobini; scatenati in moti diretti a sovvertire un ordine che quasi inconsapevolmente, istintivamente, consentiva alla campagna la sua vita ciclica, apparentemente senza progresso. Non un contadino ha combattuto con la coccarda tricolore contro gli stati pre-unitari: sono, anzi, le forche dei contadini che cacciano Pisacane, i vecchi tromboni che seminano di agguati le retroguardie di bersaglieri e garibaldini. Anche nello stato unitario la rivolta della campagna continua a manifestarsi con la renitenza alla leva, e con sollevazioni contro le nuove tasse. Se i regnanti pre-unitari dovranno accontentarsi di un comodo e triste esilio, se la nobilt\u00e0, in gran parte, si unir\u00e0 al nuovo corso mischiandosi alla borghesia, sfoderando un opportunismo di casta splendidamente dipinto nel Gattopardo, i veri sconfitti dell\u2019epoca risorgimentale saranno i contadini. Dire che i contadini sono gli sconfitti del Risorgimento italiano non significa attribuirgli un aspetto residuale per il solo fatto che rappresentavano la maggioranza della popolazione e del territorio italico. Inevitabile il sorgere di una questione sociale di imponenti dimensioni: anche la terra reggiana, nel 1869, scrive con il sangue della repressione delle rivolte contro la Tassa del Macinato una nuova pagina della frattura fra campagna e citt\u00e0. Per arrivare alla frase di Mussolini sui rurali nella Prima Guerra Mondiale, occorre ancora un passaggio complesso, e scomodo. La caduta dell\u2019Italia pre-unitaria \u00e8 una tragedia, &#8211; ancora non descritta con la dovuta attenzione dalla storiografia &#8211; per il mondo rurale italiano, anzi sarebbe pi\u00f9 corretto dire, per gran parte dell\u2019Italia. Ormai \u00e8 definitivamente capovolta la piramide sociale e sacrale, originaria dell\u2019Europa medioevale, che vedeva il contadino in una posizione di casta immediatamente sotto la nobilt\u00e0 con la quale, almeno per secoli, ha condiviso la vita in ambito rurale, e che poneva lo stesso contadino in posizione gerarchica superiore al pur pi\u00f9 ricco borghese della citt\u00e0. La borghesia illuminista, liberale risorgimentale, nazionale \u00e8 al potere, ed ha letteralmente comprato la campagna: \u201cQuelle terre, venivano vendute ma potevano acquistarle solo coloro che avevano mezzi e potere. Nasceva cos\u00ec una nuova forma di propriet\u00e0, quella , pi\u00f9 completa ed assoluta di quella precedente, che intanto ed infatti aboliva gli , stabilitisi nel corso dei secoli e che configuravano un modo diverso di possedere, meno privatistico e pi\u00f9 comunitario, pi\u00f9 ricco di possibilit\u00e0 concrete di vita e sviluppo per le genti della campagna\u201d Un processo lungo, ma inarrestabile, iniziato con vantaggiosi acquisti approfittando delle riduzioni ecclesiastiche e proseguito a fianco delle rivoluzioni politiche, trovando complicit\u00e0 e camaleontismo nella nobilt\u00e0, raramente adeguata ai titoli ed agli avi che si erano guadagnati il privilegio. Il contado, cio\u00e8 il popolo dell\u2019Antico Ordine, fuggiti Re e Duchi, resta senza guida. Rimane la Chiesa, assediata dall\u2019Italia, ma con un clero prevalentemente inadeguato a rappresentare una controrivoluzione contadina. E c\u2019\u00e8 ancora un dato, definitivo: il mondo rurale non riesce ad esprimere un proprio capo, neppure un altro tipo di dirigenza. Non riesce a trasformare la propria maggioranza, la propria esperienza in una idea, in una forza politica. Non ci sar\u00e0, nell\u2019Italia che si affaccia sul Novecento, un contadino che guider\u00e0 i contadini italiani. Anche i proprietari della terra non riusciranno ad esprimersi come casta come avviene in altre terre d\u2019Europa: \u201cA differenza degli Junkers prussiani, d\u2019altro canto, i proprietari terrieri italiani mancavano di un centro di coesione politica e sociale (\u2026). Gli agrari italiani si rivelarono altrimenti subalterni non solo al mondo industriale, ma almeno per lungo periodo, al liberalismo (\u2026)\u201d. Ha ragione Mussolini: si faranno rimorchiare. La citt\u00e0 che ha espresso il giacobinismo, esprime anche il socialismo. Anche i socialisti rimarranno espressione politico intellettuale della citt\u00e0. Lo stesso Prampolini ne \u00e8 esempio. Al contrario dei giacobini italiani, che non riusciranno mai a conquistare la campagna ancora organica all\u2019Antico Ordine, i socialisti otterranno seguito tra i contadini, ora senza Duchi, Cavalieri e Santi. \u201cIl movimento sindacale finisce presto per divenire dominio di privilegiati gruppi di operai urbani che, altrove, come altrove, anche in Italia, poco si preoccupano delle masse pi\u00f9 misere specialmente rurali (\u2026) Il socialismo tende a proletarizzare i contadini, fa leva sui braccianti, ed ignora le categorie pi\u00f9 profondamente rurali, pi\u00f9 tenacemente attaccate alla terra (\u2026).\u201d Figli della stessa Rivoluzione Francese, socialisti e liberali si sfideranno sulla pelle del popolo italiano. I socialisti abbandonata, almeno momentaneamente, la Rivoluzione Nazionale ed Italiana a favore di una Rivoluzione di classe, avranno argomenti che la campagna accetter\u00e0. I contadini troveranno anche negli slogan socialisti la condivisione del contrasto alla Monarchia sabauda, lo strumento con cui il Risorgimento ha abbattuto gli stati pre-unitari. I socialisti, inoltre, propongono un conflitto di classe contro quella borghesia che il contadino italiano vede, fin dal triennio giacobino, perfettamente coincidente con il padrone che ha sostituito il feudo e la Chiesa nella propriet\u00e0 del territorio, sostituendo gli antichi patti sociali e consuetudini con le leggi del profitto e dello sfruttamento della terra. Ancora, il sentimento antinazionalista, in pratica la non identificazione nel Tricolore, nell\u2019Italia, vista dal contadino coincidere con il peggioramento delle proprie condizioni sociali ed economiche. Infine, il mondo rurale trova nel socialismo il richiamo comunitario, sentito come un ritorno al mondo esistente prima delle Rivoluzioni: non a caso i giacobini reggiani avevano definito l\u2019insorgenza contadina del 1797 come allo stesso tempo \u201creazionaria e comunista\u201d. Sotto la guida socialista, una parte del mondo rurale trova una opportunit\u00e0, un\u2019organizzazione, una speranza di uscita dai vorticosi mutamenti che avevano posto le comunit\u00e0 e le popolazioni contadine davanti al rischio di ridursi ad un indistinto proletariato rurale, mero strumento di produzione. Drammatica situazione in parte verificatasi e motivo del dramma dell\u2019immigrazione in altre terre, in altri continenti: lo sradicamento definitivo dell\u2019uomo della campagna. Il socialismo italiano, tuttavia, pur avendo successo nel proselitismo nelle campagne, non sar\u00e0 il partito contadino italiano: i contadini rientreranno nell\u2019interesse socialista solo in quanto parzialmente ridotti a proletariato. L\u2019Italia, grande paese rurale, non ha un movimento rurale di massa che aspiri a guidarla di fronte alla nascita del nuovo secolo. Anche se \u201cl\u2019idealizzazione dei rapporti sociali tradizionali, l\u2019antiurbanesimo e l\u2019antindustrialismo, l\u2019esaltazione delle classi agricole, sarebbero alcune costanti, nello spazio e nel tempo, di una ideologia fatta propria da organizzazioni politiche e sociali assai diverse. Dai movimenti cattolici a quelli fascisti, dall\u2019Agrarian Democracy del New Deal al ritorno alla terra nazista.\u201d La Grande Guerra \u00e8 per certi aspetti un evento di chiusura di quella marginalizzazione della campagna da parte della citt\u00e0 iniziata con le riforme illuministe di fine settecento. Se \u00e8 vero che anche questa volta il mondo rurale si trova coinvolto, meglio invaso, dagli eventi creati dalla citt\u00e0, la Grande Guerra cambier\u00e0 tutto. \u201c\u201dLa guerra ha risvegliato i dormienti e ha fatto capire ai pi\u00f9 che invano, dopo questo cataclisma, potremo tornare alle condizioni del passato. Un mondo nuovo si elabora e si approssima; chi non lo intende sar\u00e0 un superstite inutile: chi non si prepara alla nuova vita, un vinto un inetto\u201d. * \u201cArrivano, arrivano. Furono a un tratto in mezzo a noi, forme grigie, una fila di fucili su rotondi elmetti ottusi. sussurr\u00f2 ansando qualcuno. (\u2026) Qualcuno bisbigli\u00f2 involontario, poi un silenzio mortale. Si ud\u00ec poi molto indietro un Di nuovo silenzio. I soldati marciavano rapidi, compatti. I primi quattro uomini apparvero a un tratto come fantasmi; avevano visi rigidi, di pietra. Il tenente che camminava accanto al primo plotone portava spalline lucide, scintillanti su una giacca a brandelli di un grigio terroso. La colonna venne avanti.\u201d Il Primo Conflitto Mondiale, anche se per l\u2019Italia risorgimentale \u00e8 l\u2019ultima guerra per l\u2019Unit\u00e0, \u00e8 in realt\u00e0 ben altro fenomeno rispetto alle pur tragiche battaglie ottocentesche. L\u2019elemento totalizzante del conflitto mondiale, il coinvolgimento delle masse nella guerra, l\u2019utilizzo di armamenti capaci di grandi distruzioni, la meccanizzazione del conflitto, la guerra di trincea sono l\u2019imprevista fornace dove le masse europee vengono involontariamente forgiate. I giovani contadini delle terre ex borboniche, pontificie, ducali, austro-lombardo venete, vestiti tutti in grigioverde e lanciati nel fango delle trincee sotto le tempeste di acciaio non saranno mai pi\u00f9 gli stessi: il macello della guerra ne far\u00e0 per la prima volta degli italiani, anzi una nuova generazione di italiani. Per la prima volta i contadini italiani sono in massa al fronte sotto la bandiera italiana. Per la prima volta combattono e muoiono a migliaia e vincono la guerra: \u201ci ceti rurali, che pur danno all\u2019immane conflitto la pi\u00f9 grande massa di uomini ed il pi\u00f9 vasto sacrificio di vite, vi partecipano per lo pi\u00f9 gran parte senza comprensione, con spirito fatalista ed assente.\u201d E\u2019 un passaggio di grande importanza e di decisive conseguenze. I contadini avevano sempre disertato le battaglie risorgimentali, rimanendone ostili spettatori. Ora vengono gettati in massa nelle trincee: da esse chi esce vivo \u00e8 un uomo nuovo. \u201cPer raggiungere la prima linea, pi\u00f9 brevemente chiamata trincea, entriamo in uno dei numerosi camminamenti di accesso che permettono la marcia al coperto fino al posto di combattimento. (\u2026)Bisogna immaginare tutto questo dispositivo come un enorme fortezza sotterranea che si stende apparentemente senza vita attraverso il terreno, ma all\u2019interno della quale si effettua invece un servizio ben regolato di guardia e di lavoro, e in cui ogni uomo si trova al suo posto secondi dopo l\u2019allarme. Sar\u00e0 bene tuttavia non immaginare un\u2019atmosfera troppo romantica; vi regna invece una certa sonnolenza, una pesantezza che nasce dal contatto intimo con la terra. (\u2026) Tra le nove e le dieci il fuoco raggiunse una violenza pazzesca. La terra tremava, il cielo sembrava una gigantesca marmitta in ebollizione. Centinaia di batterie pesanti tuonavano a Combles e dintorni, innumerevoli granate si incrociavano urlando e miagolando al di sopra di noi. Tutto era avvolto in un fumo denso rischiarato dalle luci funeree dei razzi colorati. Soffrivamo violenti dolori alla testa e alle orecchie, n\u00e9 potevamo intenderci se non urlando parole staccate. La facolt\u00e0 di pensare logicamente e il senso della gravit\u00e0 sembravano scomparsi. Si era in preda al sentimento dell\u2019ineluttabilit\u00e0 e della necessit\u00e0 come davanti al furore degli elementi scatenati. Un sottufficiale del terzo plotone impazz\u00ec.\u201d Nelle trincee la campagna si trova fianco a fianco con la citt\u00e0. E\u2019 l\u2019altro aspetto nuovo, importante, rivoluzionario. La trincea pone il borghese della citt\u00e0 ed il contadino nello stesso fango, nella stessa sporcizia, nello stesso sangue. Contadini e borghesi combattono e muoiono insieme sotto la stessa bandiera tricolore. \u201cPer la guerra partirono i rampolli delle famiglie dei possidenti, della nobilt\u00e0, partirono i contadini, andando ciascuno ad occupare i posti assegnati loro dalla rispettiva gerarchia sociale\u201d. Al fronte queste gerarchie verranno poste alla prova di una guerra condotta con strumenti anch\u2019essi rivoluzionari. Gli ufficiali che rimarranno nell\u2019inferno della guerra alla pari con il loro soldati guadagneranno un rispetto ed una lealt\u00e0 di spessore medievale. La trincea \u00e8 una rivoluzione. Una guerra moderna, rivoluzionaria, dove borghesi contadini, proprietari ed operai combattono vestiti tutti di semplice panno, maneggiando armi costruite per essere utilizzate da eserciti di massa e per operare distruzioni di massa. In guerra, al fronte la frattura citt\u00e0\/campagna si ricompone, almeno temporaneamente. E\u2019 un passaggio complesso, ancora una volta scomodo. E\u2019 una guerra moderna, una guerra rivoluzionaria, siamo nel Novecento, ma i vincoli e le esperienze che vi si manifestano hanno aspetti medievali. Al fronte le differenze di classe si defilano, rimane la gerarchia imposta dall\u2019esercito, ma tutto viene messo alla prova delle terribili armi che la moderna tecnologia bellica impone. Se la citt\u00e0 esprime gli ufficiali, l\u2019ubbidienza dei soldati contadini passa attraverso il coraggio in battaglia, il valore, la lealt\u00e0 verso i subalterni. Una nuova fortissima ed imprevista solidariet\u00e0 si viene a formare tra i soldati borghesi ed i soldati contadini che combattono al fronte, e le borghesie che sottraggono i loro giovani alla trincea, e proletari che non riconoscono il sacrificio dei soldati al fronte. Questo ricongiungersi di citt\u00e0 e campagna nelle trincee della guerra, questo essere combattenti italiani al di l\u00e0 dell\u2019appartenenza della classe sociale, diventer\u00e0 il punto di riferimento politico, storico, mitologico del Fascismo in divenire. \u201cMa quello che all\u2019inizio del secolo era solo un aspetto di darwinismo sociale diventa nel dopoguerra, per questa generazione uscita dalle trincee, un\u2019esperienza vissuta e un criterio di comportamento. Gli ex combattenti si considerano investiti di una missione speciale, e vorrebbero trasmettere la loro unica esperienza a tutta la societ\u00e0, inculcando in essa le virt\u00f9 eroiche del guerriero: disciplina, sacrificio, abnegazione, fraternit\u00e0\u201d. Nel Fascismo lo scontro citt\u00e0-campagna sembra risolversi nella complessit\u00e0 del Regime che viene a costituire una sorta di rivoluzione conservatrice con potenzialit\u00e0 di soluzione delle contraddizioni delle rivoluzioni politiche ed economiche dell\u2019Ottocento. Nel Fascismo gli elementi rivoluzionari, Nazione e Socialismo, vengono a coniugarsi con aspetti pre-rivoluzionari come il corporativismo ed un rinnovato comunitarismo. Il socialismo prampoliniano ed il cooperativismo, che avevano cercato di conquistare la campagna, saranno il primo sconfitto ed il secondo incorporato nel nuovo movimento fascista. Anche la frattura religiosa, altro elemento originario della frattura citt\u00e0-campagna avr\u00e0 una parziale composizione. Se da una parte il Fascismo \u00e8 certamente una derivazione della rivoluzione francese e risorgimentale, dall\u2019altra opera una sorta di controrivoluzione sociale cercando di restaurare in chiave moderna e nazionale una societ\u00e0 organica, recuperando la rappresentanza per gruppi ed il comunitarismo che integravano la societ\u00e0 rurale pre-rivoluzionaria. * \u201cUna bandiera gigantesca venne spiegata in testa a un lungo corteo. Era rossa: bagnata e squallida, pendeva dalla lunga asta ondeggiando come una macchia di sangue sulla folla rapidamente accorsa. Mi fermai a guardare. Dietro la bandiera si rovesciavano gruppi stanchi urtandosi disordinatamente. Le donne marciavano in testa, si spingevano avanti con le loro larghe gonne; la pelle terrea dei loro visi pendeva afflosciata dalle ossa aguzze. (\u2026) Gli uomini: vecchi e giovani, soldati e operai, fra questi molti piccoli borghesi, avanzavano inespressivi, infrolliti, su cui balenava appena un riflesso di ottusa decisione, si rimettevano continuamente al passa, si affaticavano, come colti in fallo, a fare i passi pi\u00f9 corti o pi\u00f9 lunghi. (\u2026) Cos\u00ec marciavano i soldati della rivoluzione. Da quel formicolio nero doveva dunque scaturire la fiamma incandescente, prender forma il sogno di sangue e di barricate?\u201d Su questo quadro, che sembra esaurire un ciclo rivoluzionario di trasformazioni sociali, esplode la Rivoluzione russo-comunista del 1917, rivoluzione in concreto contadina, ma comandata dalla citt\u00e0 dall\u2019intellighentia bolscevica, che come i clubs giacobini, impongono idee astratte sulle realt\u00e0 concrete. Le suggestioni della rivoluzione sovietica si diffonderanno anche nell\u2019ovest d\u2019Europa, dove, peraltro, esistevano quelle masse proletarie ed operaie, che in Russia non erano presenti. Paradosso di una rivoluzione che ebbe successo in un mondo contadino che era rimasto non solo estraneo, ma praticamente non contaminato dalla Rivoluzione Francese. In Italia, l\u2019eco della rivoluzione sovietica non riapr\u00ec la frattura citt\u00e0\/campagna, in quanto i suoi pi\u00f9 fedeli epigoni, non riuscirono mai ad andare oltre il puro antifascismo e l\u2019astratto scontro di classe proletariato\/borghesia, chiave con cui si insisteva a leggere il pi\u00f9 complesso fenomeno fascista. Anche il Partito comunista non riusc\u00ec ad interpretare il mondo della campagna, in quanto non voleva diventare un partito contadino, pur rimanendo il mondo rurale maggioritario in Italia anche sotto il fascismo, ma chiedeva al contadino di diventare comunista. I creatori dell\u2019uomo nuovo, di nuove ere, illuministi, giacobini, liberali, carbonari, socialisti, fascisti e comunisti, tutti finirono per imporre trasformazioni pensate in citt\u00e0 alla campagna. Un solo evento, invece, nel suo aspetto di mero conflitto, determin\u00f2 il contadino italico all\u2019emancipazione ed alla identificazione nell\u2019Italia: la linea del fronte della Prima Guerra Mondiale. Una guerra pensata lontano dal popolo, combattuta come mai prima dal popolo, \u00e8 stata fornace di una nuova generazione di italiani, nella quale protagonisti, non solo per numero, furono i contadini italiani. \u201cLa patria, famiglia, popolo, nazione: pronunciate dalle nostre bocche le grandi parole avevano un suono falso. Perci\u00f2 i reduci non volevano mescolarsi a noi; questo esprimeva la loro muta, potente marcia di fantasmi. La patria, la nazione erano in loro. Le parole che come imbonitori da fiera avevamo urlato in tutto il mondo, avevano trovato negli uomini del fronte il loro senso profondo. Ci\u00f2 che noi con leggerezza chiamavano dovere, fanti l\u2019avevano vissuto e compiuto. La patria si era improvvisamente trasferita in loro; travolta da una tempesta mostruosa, trascinata, sommersa, era approdata al fronte.\u201d * In una fase decisiva della storia dell\u2019umanit\u00e0, le trincee scavate nella terra d\u2019Europa, accogliendo in una tragedia non ancora immaginabile la giovent\u00f9 di ogni classe sociale, restituirono cambiamenti che nessuna delle rivoluzioni pensate dall\u2019uomo erano mai riuscite a realizzare. Le conseguenze dell\u2019emancipazione contadina esito della partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, sono tanto evidenti quanto, in certo senso, impreviste. L\u2019avanzata socialista viene in breve tempo sorpassata dalla nascita e velocissimo sviluppo di un movimento rivoluzionario, o pi\u00f9 correttamente di rivoluzione conservatrice, il fascismo, che all\u2019identit\u00e0 di classe, contrappone l\u2019identit\u00e0 italiana e l\u2019aspirazione di un socialismo da realizzarsi nell\u2019ambito della dignit\u00e0 e sovranit\u00e0 nazionale. Sorprendentemente, proprio mentre trionfa una rivoluzione russa spiegata come trionfo di un proletariato, in Italia, ma non solo, l\u2019essere italiani, il Tricolore, sconfigge, nella sintesi sociale fascista, la proposta di lotta di classe socialcomunista. In questo storico confronto il mondo rurale, i contadini non sono pi\u00f9 meri spettatori di avanguardie politiche provenienti dagli ambienti cittadini, ma sono presenti e militanti in entrambi gli schieramenti. La novit\u00e0, visti gli illustri precedenti, \u00e8 la partecipazione contadina nelle fila fascista. Per la prima volta il mondo rurale italiano milita dietro una barricata che pone l\u2019idea nazionale come punto di riferimento della propria lotta. E\u2019 il risultato dell\u2019esperienza vissuta al fronte della Grande Guerra. L\u2019essere divenuto combattente italiano, alla pari del borghese, dell\u2019ufficiale nato in citt\u00e0. Una lealt\u00e0 fra soldati, che verr\u00e0 rinsaldata anche nel dopoguerra all\u2019interno delle compagini fasciste. Una adesione, quella contadina al fascismo, che non rinnega l\u2019avversione antiborghese, ma che trova condivisione nelle nuove generazioni cittadine che nell\u2019essere combattente, soldato italiano, consumano anch\u2019esse una ennesima stagione rivoluzionaria. In effetti, l\u2019incontro citt\u00e0\/campagna nella Grande Guerra \u00e8 reso possibile dalla scelta di coerenza e di sacrificio di tanti giovani borghesi e cittadini, che rinunciano e pongono a rischio la propria esistenza gettandosi volontariamente nelle tempeste d\u2019acciaio del fronte, spesso invocate nella militanza interventista. Questi volontari, inizialmente accolti anche a sassate dalle masse di soldati di leva, in parte di origine contadina, dovranno dimostrare in situazioni infernali, la coerenza alle loro idee. L\u2019incontro citt\u00e0-campagna nella Grande Guerra non avviene negli ambiti originari dei due gruppi sociali: non consiste nella soluzione della questione sociale portata dalla rivoluzione borghese nelle campagne. Non risolve differenze ed ingiustizie sociali tra padronato agrario e braccianti, mezzadri ed affittuari. L\u2019incontro citt\u00e0-campagna nella Grande Guerra avviene in una sorta di terra di mezzo, in un mondo tanto tragico da sembrare irreale, nuovo, mai visto, inimmaginabile, quale \u00e8 stato il fronte di combattimento tra il 1915 ed il 1918. Il contadino dovr\u00e0 vedere i signori morire al proprio fianco, vedere la sorte del piombo scegliere senza guardare il censo, le origini, il grado. Dovranno trovare l\u2019ufficiale in piedi sulla trincea a chiamarli fuori per guidarli fra filo spinato e mitraglie. Vedranno orrore ed eroismo mentre partecipano a grandi eventi della storia. Loro, i contadini, saranno l\u00e0 dove tutta la Nazione guarda, dove tutta l\u2019Europa guarda. Un incontro avvenuto in condizioni eccezionali, ma non per questo meno incisivo, storicamente determinante. Questa eccezionalit\u00e0 spiega cosa avvenne nel dopoguerra. Dopo tutto questo, cosa vorranno essere una volta sopravissuti e tornati alle loro case? Contadini indistinti, massa proletaria, pur maggioritaria, associata, governata da esponenti socialisti? O ancora combattenti, gli eroi della Vittoria, il mito? La risposta non \u00e8 unitaria, ma complessa. Il cos\u00ecdetto Biennio rosso, sembrerebbe indicare che abbandonato lo straordinario e drammatico cosmo della guerra, citt\u00e0 e campagna parrebbero ritornare nei propri ambiti confermando conflitti e tensioni che certo la guerra di trincea non aveva risolto. La stessa storia italiana indica l\u2019iniziale dilagare socialista, diviene poi perdente di fronte al movimento fascista. Questa svolta \u00e8 resa possibile anche dalla scelta di una importante parte del mondo rurale che risponde o condivide le chiamate che ripropongono il linguaggio, le divise, la mitologia e la spiritualit\u00e0 dei combattenti della Grande Guerra. Dopo oltre un secolo di battaglie di retroguardia, in opposizione ad una concezione del progresso che la citt\u00e0 aveva pensato per s\u00e9 stessa, il mondo rurale ebbe una sua avanguardia che scelse di partecipare ad una nuova rivoluzione moderna sulla scorta dell\u2019esperienza vissuta durante le tempeste d\u2019acciaio della Grande Guerra. * \u201cLe Compagnie sfilavano una dietro l\u2019altra, coi plotoni pietosamente decimati, portando con s\u00e9 un\u2019atmosfera pericolosa: il senso del sangue, dell\u2019acciaio, della dinamite e dell\u2019attacco brutale. Odiavano la rivoluzione? Avrebbero marciato contro la rivoluzione? Operai, contadini, studenti, sarebbero rientrati ora nel nostro mondo, avrebbero diviso la nostra volont\u00e0, le nostre cure, le battaglie e le mete? Improvvisamente capii: quelli non erano operai, contadini, studenti; non erano artigiani, impiegati,commercianti: erano soldati. Non fantocci, non subordinati, non messi: erano uomini che obbedivano alla voce segreta del sangue, dello spirito; uomini indipendenti, che avevano conosciuto una dura solidariet\u00e0, e trovato nella guerra una patria.\u201d\u201d *<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La grande guerra inquadra a milioni i rurali: tuttavia la loro partecipazione \u00e8 nel complesso passiva. 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