Il 24/2 le truppe russe hanno iniziato quella che doveva essere una “operazione lampo” che coronava una politica iniziata già nei primi anni 2000 ed implementata in maniera aggressiva dopo la rivoluzione di piazza nota come ” Euromaidan ” nel 2014 che cacciò un Yanucovitch asservito a Mosca.
L’occupazione senza colpo ferire riuscì in Crimea ( piena di basi militari russe ), meno nelle zone russofone del Donbass dove i filorussi trovarono scarso appoggio nella popolazione e l’opposizione armata di gruppi nazionalistici ( tra cui il famoso “battaglione Azov” ).
Il periodo successivo ha visto l’intervento di Mosca tutte le volte che l’Ucraina era sul punto di schiacciare la rivolta. Putin contava su un crollo delle strutture dello stato ucraino, che riteneva di aver abbondantemente infiltrato, simile a quello del governo afghano nell’estate scorsa. Ma il presidente ucraino Zelensky (un attore prestato alla politica) non era Ghani, rifiutò l’offerta americana di portarlo in salvo e fece appello al paese per resistere.
L’attacco russo condotto su troppe direttrici e coordinato in maniera dillettantesca fu arginato dalle agili unità ucraine aiutate dalla popolazione che si era mobilitata quasi subito fornendo migliaia di volontari. Dopo poco più di un mese di feroci combattimenti le truppe russe sconfitte si sono dovute ritirare dal nord dell’Ucraina dopo aver subito molte migliaia di morti (quasi sicuramente almeno 10.000) e la perdita di centinaia di carri armati e almeno un migliaio di blindati.
A questo punto Mosca ha dovuto ripiegare alla ricerca almeno di una “vittoria ridotta” spostando la sua potenza militare in un area più ristretta dove l’attacco iniziale aveva ottenuto almeno dei risultati tangibili, cioè l’est dell’Ucraina dove poteva contare sul sostegno di agguerrite milizie locali inquadrate da uomini di fiducia. Qui l’azione di infiltrazione aveva in qualche modo funzionato permettendo una rapida presa di città come Melitopol e Berdyansk totalmente indifese e Kherson difesa solo dalla milizia cittadina ( che si fece letteralmente massacrare in alcuni giorni di resistenza).
Da dire però che gli ucraini, una volta rimossi i comandanti più inaffidabili, hanno reagito con prontezza impedendo ai russi di marciare verso Odessa , uno degli obiettivi principali di Putin, o di prendere alle spalle le difese del Donbass dove Kiev schiera molti dei suoi reparti più combattivi.
La città di Mariupol eccentrica rispetto alla zona difesa dagli ucraini non è però stata abbandonata e da oltre due mesi viene difesa accanitamente da poche migliaia di uomini e donne che hanno risucchiato nell’assedio tra il 15 e il 20 per cento delle truppe russe (tra l’altro molti dei reparti migliori dei secessionisti filorussi e il meglio delle forze speciali di Mosca nonché i tagliagole ceceni di Kadirov), la difesa sta proseguendo su un area più ridotta ma sicuramente ha pochi precedenti comparabili.
Cose risapute direte! Risapute ma necessarie come premessa ad alcuni approfondimenti che intendo pubblicare nei prossimi giorni: di principio, insegnamenti politici e insegnamenti militari e di relazioni internazionali. A presto.
PS: ” Viburno rosso del campo” è una canzone che è diventata il simbolo della resistenza ucraina.