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DANTEDI’: Inferno Canto III, LA CONDANNA DEGLI IGNAVI

DiAndrea Cernieri

Mar 25, 2021

Per me si va nella città dolente,
per me si va nell’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore;
dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.

E’ l’introduzione al Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l’entrata de l’inferno e del fiume d’Acheronte,
de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e come elli parlò a l’auttore;
e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.

«Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.»

Dante nota tra le anime “colui che fece per viltade il gran rifiuto”,
ma non lo nomina: questa persona potrebbe essere identificata come Celestino V,
Giano della Bella, Esaù, Ponzio Pilato o anche un personaggio puramente simbolico.