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Sotto le rovine afghane i militari italiani si sono distinti

DiMarco Eboli

Ago 22, 2021

L’editoriale di Andrea Mastrangelo relativo alla disastrosa fuga occidentale dall’Afghanistan, dopo vent’anni di presenza della missione Nato, compresa l’Italia, dopo che però gli Stati Uniti, avevano già attaccato, mi consente di fare qualche semplice considerazione.

La prima è dovuta al nostro esercito che in quella terra martoriata, oltre a pagare un pesante tributo di sangue, 53 morti e oltre 700 tra feriti e mutilati, ha lasciato un segno positivo di valori e capacita. Nessun commentatore ha sottolineato che, nella Caporetto dell’esercito afgano, che scappava abbandonando le armi, se non addirittura passando con i talebani, vi era un corpo speciale di 20.000 uomini che ha cercato di contrastare l’avanzata talebana.

Ebbene a formare questi uomini è stato l’esercito italiano, in particolare gli ufficiali dell’Accademia militare di Modena i quali non si sono limitati ad insegnare a combattere ma hanno pure instillato valori di democrazia e di amor patrio, senza i quali non avrebbero avuto il coraggio di combattere e si sarebbero dati alla ignominosa fuga, come la maggioranza dell’esercito afgano.

Solo il Presidente americano Biden, nel suo discorso alla nazione, ha citato questo corpo speciale, omettendo di dire che lo ha formato l’esercito italiano, senza il dispego di miliardi di dollari americani spesi per “formare” un esercito in fuga.

Il Premier Draghi, il Ministro della Difesa Guerini, non ritengono di dover spendere nemmeno una parola di elogio per i nostri militari? Non fosse altro che per dare un senso alla presenza italiana in Afganistan. Sullo stupore, dei cosidetti osservatori internazionali, e del Pentagono, sulla fulminea vittoria talebana, mi è venuto in mente un bel libro, pubblicato nel 2003,due anni solo dopo la missione militare Nato, “Il cacciatore di aquiloni”, che lessi, autore Kaled Hosseini, il quale già allora descriveva una realtà afgana nella quale il governo filo Nato, controllava a mala pena la capitale Kabul, mentre il restante territorio era già in mano ai talebani.

Quindi, stupore per cosa, se l’Afghanistan non è, di fatto mai stato liberato dai talebani? Il Presidente “progressista” americano Biden, nel suo discorso alla nazione ha esplicitato, in modo rozzo, lo slogan e la politica estera del suo vituperato predecessore Trumph, ossia “American First”, che non significa, come tutta la stampa progressista e di sinistra mondiale, in testa quella italiana, ha voluto far credere, ovvero una politica di ingerenza internazionale, praticata dal 1945 in poi dagli Stati Uniti, ma il mettere gli interessi americani prima di tutto.

All’improvviso la sinistra italiana avrà scoperto che Biden è un pericoloso “sovranista”, come il repubblicano Trumph.Se gli Stati Uniti rinunciano ad essere i “poliziotti” del mondo, ciò comporta una responsabilità maggiore da parte dell’Europa entità politica non pervenuta, spesso accodata agli Stati Uniti, ossia l’assunzione della consapevolezza che se il Vecchio Continente non vorrà diventare colonia della nuova preponderante superpotenza, la Cina, dovrà smetterla di baloccarsi e decidere cosa fare da grande.

Portavoce Fratelli d’Italia Comune di Reggio Emilia