25 Aprile 2021; anche quest’anno, come tutti gli anni, ho visto scorrere i filmati dell’ingresso delle truppe americane, inglesi, nere e marocchine nelle città italiane.
Lo ammetto; non mi sarebbe piaciuto per nulla essere nazista, né mi avrebbe interessato seguire le campagne di invasione di Hitler.
Credo invece nella superiorità del modello culturale “romano” e nella sua attualità, nella superiorità e nella forza dell’idea organizzativa della società che dal 1922 al 1943 ha tentato di plasmare una razza, quella italica, ormai corrotta da duemila anni di storia, di filosofia e di decadenza e certamente non di meno dagli errori orientali costantiniani.
Mi sarei accontentato, se fossi nato nel 1900, di studiare, seguire ed applicare i modelli culturali della nostra storia con la forza dei vent’anni.
Forza culturale, quella “italica” (e non italiana) da nessuno peraltro mai rinnegata ma anzi presa ad esempio.
Quindi sono contento che il nazismo abbia perduto, tanto per essere chiari.
Tuttavia l’Italia sconfitta, vinta, soggiogata, svenduta e ridotta a cameriera peraltro di infimo ordine mi riempie di disonore, mi umilia sempre, maggiormente oggi.
Dal Settembre 1943, e se ne parla malvolentieri, decine di migliaia di Militari e di giovani si batterono per non svendere l’Onore dell’Italia, o meglio: per non svendersi con disonore.
Se una guerra andava persa, che lo fosse, per lo meno, con le armi in pugno; questo devono aver pensato quei ventenni e questo avrei pensato anche io, al loro posto.
Meglio una resa definitiva e contemporanea, non con il tradimento di un armistizio negoziato nelle cantine ed annunciato con i generali vigliaccamente, schifosamente in fuga..
Ogni anno, appena sento le note della prima “o bella ciao”, rifletto sui volti dei “Ragazzi della Folgore”, impegnati in Africa e, dopo, nel nordovest d’Italia, dei “Marò della X.a”, dei “Militi della GNR”, degli Alpini della Monterosa; ripenso, ad esempio e tra i tantissimi, alle parole del sten parac.ta Lucio Grimani della Nembo, che del 43, sul Moncenisio, ha protetto i confini dai francesi, impedendo di avere la Francia ben oltre Cuneo.
Ricordo, sempre ad esempio e tra i tantissimi, le lacrime di un “ragazzo” di Anzio, che si immolò con altri seimila per non svendere la propria Bandiera al primo nemico che passava per la strada.
E mentre penso alla loro scelta, unica, irrevocabile, terribile, mortale, i filmati della televisione mi scorrono davanti agli occhi; e come sempre ho visto donne sguaiatamente abbracciate a soldati inglesi ed americani.
Ho visto passare camionette di foggia straniera cariche di italiani con cappelli da alpino, con cappotti militari strappati e disonorati, con fazzoletti al collo.
Ho visto ufficiali di un esercito in disfatta, sorridenti e straccioni con le armi sottratte al proprio reggimento.
Il colore dominante è il bianco e nero, ma le falci ed i martelli lo fanno intuire, quel colore; sfila gente in impermeabile, pistola in pugno e sigaretta all’angolo della bocca.
Bambini con mitra e caricatori a tracolla che puntano armi su terrorizzate schiere adulte, che paiono tanto quegli animali del Darfur che siamo abituati a vedere nei telegiornali.
Soldati stranieri che lanciano oggetti raccolti poi senza dignità fin sotto alle ruote dei loro camion; baci rubati a donne sul ciglio della strada.
Una popolazione sul marciapiede, di più, sul lastrico, letteralmente.
Un formicaio di umanità impazzita che riverisce, bambini che accattonano, anziani che benedicono piangenti.
L’Italia liberata. L’Italia cameriera. L’Italia che si inchina ancora una volta, e come sempre ,davanti a chi vince, soprattutto prima che vinca.
L’Italia improvvisamente unita, partigiana ed antifascista.
Una Italia sofferente ma senza onore, senza dignità persino nella tragedia della sconfitta; un’ Italia che pur di affrettare la fine delle angherie di un nazismo impazzito per la rabbia del tradimento, ha venduto per l’ultima volta, ancora una volta, come sempre, l’onore e financo l’orgoglio dell’orgoglio.
La fine sarebbe arrivata lo stesso, le truppe alleate, inarrestabili e potentissime, sarebbero ugualmente entrate in Italia.
Il contributo dei “resistenti”, con le loro armi rubacchiate ed aviolanciate col contagocce, è stato trascurabile, per non dire del tutto ininfluente.
Non c’era davvero bisogno di tanta viltà, di tanti assassinii, di tante angherie, di tanto servilismo, di tanto fratricidio.
Il “piatto” della bilancia dei vincitori ci ha attribuito poche centinaia di azioni militari.
Nei nostri paesi sono rimaste invece le molte migliaia di morti civili inermi e non strategici per gli alleati; il triangolo rosso, con i suoi quattromila omicidi notturni alle spalle, che piaccia o no, farebbe impallidire qualunque Stazzema o Marzabotto.
Preti, donne, militari “collaborazionisti”, sono stati le prede di bande di improvvisati partigiani che da colline, casali e montagne calavano di notte e terrorizzavano la popolazione collaborante, sino alla fine del 1946.
Vedrò dai filmati migliaia di queste formazioni partigiane per le strade; uniformi le più strane.
Tutti dicono di aver combattuto; ognuno ha potuto poi vantarsi di un omicidio di fascista, di una decapitazione, di una angheria a qualche “collaboratrice”.
Qualcuno, più eroico, ha pure preso medaglie d’oro per via Rasella.
Una Italia strana, dolente, disorientata e annullata dal disonore, un’ Italia tuttavia che nulla ha a che vedere con il popolo germanico.
Anch’esso sconfitto, decapitato, angariato, straziato, bombardato, sgretolato, ridotto in miseria ma non servo, atterrito ma non sottomesso ma soprattutto risorto in pochi anni.
Solo spezzato ma non vinto.
L’Italia, al contrario vinta, dileggiata, umiliata, irrisa e sottomessa.
Ancora oggi, dopo ben 76 anni