Per me si va nella città dolente,
per me si va nell’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore;
dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.
E’ l’introduzione al Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l’entrata de l’inferno e del fiume d’Acheronte,
de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e come elli parlò a l’auttore;
e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.
«Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.»
Dante nota tra le anime “colui che fece per viltade il gran rifiuto”,
ma non lo nomina: questa persona potrebbe essere identificata come Celestino V,
Giano della Bella, Esaù, Ponzio Pilato o anche un personaggio puramente simbolico.